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Soletta & Salone

16/05/2016

Odore di ferro, in stazione. Lo stesso che sale dai binari delle Cinque Terre ad agosto, che parla di canicola, ombre nette, capelli stopposi e turisti rossicci. Caldo, ancora non ne sento. Ci vorrà un bel po’ prima di sudare tutto il freddo della primavera che non arriva mai e che insomma potremmo chiamare tardo inverno. Però tutta questa luce e questo odore di vacanza mi fanno salire sul treno per Soletta con il sole dentro, e quale inizio di festival potrebbe essere migliore?

Il teatro, il Landhaus, il piccolo palco all’aperto, la libreria, a Soletta tutto è vicino. Bastano pochi passi per allontanarsi dalla voce di uno scrittore ed entrare nella testa di un altro, o meglio in un laboratorio di scrittura endocerebrale (innenzerebrale Schreibstube, così Nora Gomringer ha definito i Werkstattgespräche durante l’intervento conclusivo del festival). O per sedersi accanto a un traduttore trasparente. E accorgersi che il traduttore può anche essere trasparente, ma i suoi pensieri non lo sono affatto. Anche quando il traduttore tace, li vedi che prendono forma, si staccano dagli occhi fissi sul computer per posarsi alla spicciolata sullo schermo, una lettera dopo l’altra; ecco che si muovono avanti e indietro, fulminei, ritmati dal batter sui tasti, cancellati e riscritti, spostati e rimessi a posto: «Che ne dite?». E si ricomincia da capo, ma stavolta non più in silenzio, perché tutti i presenti riflettono ad alta voce, fanno notare un particolare che agli altri è sfuggito, propongono sinonimi, ma soprattutto si fanno domande. La soluzione sembra sempre incipiente, ed è quasi più divertente cercarla che trovarla (certo, perché in questo laboratorio di traduzione non c’è un vero committente e non c’è una vera scadenza…). Al piano di sopra del Landhaus, nell’«officina» degli autori, non si fa una cosa tanto diversa: c’è un testo inedito, invece del traduttore c’è l’autore, ci sono intellettuali e altri autori che si interrogano sulle scelte che hanno portato a quel testo. L’autore può intervenire solo alla fine: parla meno del traduttore trasparente, è il suo testo che parla per lui. E le domande che gli altri si fanno non sono molto diverse dagli interrogativi che si pongono i traduttori al piano di sotto. Dove però non c’è un autore che alla fine può sciogliere i dubbi, se vuole.

Qualche centinaia di chilometri più a sud, qualche giorno dopo, il traduttore trasparente diventa AutoreInvisibile. Così si chiamano gli incontri professionali sulla traduzione al Salone Internazionale del Libro di Torino. Dove in alcuni casi gli autori sono due: quello visibile e quello invisibile – e dialogano tra di loro. Qui le distanze si allungano, le letture si moltiplicano, il chiacchiericcio diventa un rombo di sottofondo costante che resta nelle orecchie fino al giorno dopo. Si incontrano vecchi compagni di liceo, di università, colleghi, sembra di vedere facce conosciute ad ogni angolo (ma poi, conosciute dove?), ci si accorge alle quattro del pomeriggio che non si è pranzato, si corre da uno stand all’altro, ci si vorrebbe sdoppiare per poter essere contemporaneamente nella sala blu e nella sala azzurra, ma anche in quella argento e in quella avorio. Ci si siede sfiniti di fronte a uno chef pluristellato che sforna leccornie e un secondo dopo ci si alza per sfuggire a un tale supplizio di Tantalo. Il Salone va vissuto per addizione, per riprendere le parole di Carmine Abate. Che alla fine della presentazione «Da un paese all’altro, da una lingua all’altra. La scrittura come passaporto» allo spazio internazionale Babel mi ha risolto un problema di identità: sì, posso sentirmi vercellese + genovese + viennese + bernese. Sono ufficialmente autorizzata a provare nostalgia dei sedili in legno dei Bim quando sono sul Nünitram, dell’odore di Bretzelkönig quando sono in una stazione che non sia delle SBB, del mare a quadretti quando mi tocca salire una crêuza de mä e della luce obliqua tra un vicolo e l’altro ogni singolo giorni dell’anno. Durante l’applauso finale, non sono stata l’unica a cui son venuti gli occhi lucidi.

A Porta Nuova, nel tardo pomeriggio di domenica, mi siedo ad aspettare il treno con i piedi al sole, anche se so già che mi scotterò. Finalmente ho caldo. L’inverno è uscito, probabilmente nella mia testa non c’era più spazio per il freddo, gli stimoli che si sono affollati in questi giorni nella mia innenzerebrale (Schreib-Übersetzungs-Erfindungs-Ideen)Stube sono così tanti che l’hanno scalzato via. Al binario mi aspetta l’odore di ferro, come a Wankdorf. Sono in anticipo, salgo per prima sul treno. Mi godo il breve e straniante lusso di un Torino-Milano ancora vuoto. È solo un istante, il vagone inizia già a riempirsi. Ma io sono già entrata nella prima delle storie che mi porto a casa, e tutto il resto sono solo rumori lontani.

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